invoice 291001.  INTRODUZIONE
02.  L’ORIGINE DEL NOME
03.  LA COMPOSIZIONE DEI BRANI
04.  L’IMPROVVISAZIONE
05.  LA CONTAMINAZIONE POPOLARE
06.  IL ROCK PROGRESSIVO (Pt. I)
07.  IL ROCK PROGRESSIVO (Pt. II)
08.  IL RITMO RITROVATO
09.  IL BEAT
10.  PIU’ TEMPO ALL’IMMAGINAZIONE
11.  IL CONCEPT-ALBUM E LA SUITE
12.  PROFUMO DI VINILE
13.  IL PROG SI PROMUOVE
14.  IL RAPPORTO CON LA CANZONE D’AUTORE (Pt. I)
15.  IL RAPPORTO CON LA CANZONE D’AUTORE (Pt. II)
16.  “QUELLI” DELLA PFM
17.  UNO PER TUTTI E TUTTI PER BATTISTI
18.  IL PIANETA DEI KREL
19.  L’INCONTRO CON MAURO PAGANI
20.  IL DEBUTTO DELLA P.F.M.
21.  IL REPARTO TASTIERE: L’ORGANO HAMMOND
22.  IL REPARTO TASTIERE: IL MOOG
23.  IL REPARTO TASTIERE: IL MELLOTRON
24.  IL CUORE RITMICO DELLA PFM
25.  IL CANTO SOTTILE DEL ROCK
26.  L’INGRESSO DI BERNARDO LANZETTI
27.  IL TEMA STRUMENTALE
28.  LA “FESTA” DELLA TARANTELLA
29.  TESORI DA SCOPRIRE
30.  TEMI IN DISSOLVENZA
31.  LE SINFONIE DEL ROCK
32.  HANS IL MERCANTE
33.  QUESTIONE DI BACCHETTE
34.  DOVE… QUANDO… (Parte II)
35.  APPENA UN PO’
36.  PER UN AMICO
37.  L’ISOLA DI NIENTE
38.  ALTA LOMA FIVE TILL NINE
39.  LE RADICI EUROPEE
40.  LE RADICI AMERICANE
41.   RITORNO AL FUTURO
42.  IL GIOCO DI SPERIMENTARE
43.  IL FLAUTO, IL VIOLINO E LA PENNA
44.  TRA POLITICA E POESIA
45.  L’IMPEGNO E LA LOTTA
46.  IL PROFUMO E LA FOLLIA
47.  I BALUARDI DEL SOGNO
48.  A SCAMBIAR LE GOCCE CON LE PERLE
49.  LA DISILLUSIONE DI UN SOGNO IN FRANTUMI
50.  FORGET THE WEST COAST!
51.  CONCEPT-COVER: LA COPERTINA PROGRESSIVA
52.  SOGNI, FORME E COLORI DELLA MUSICA (parte I)
53.  SOGNI, FORME E COLORI DELLA MUSICA (parte II)
54.  FINE DI UN SOGNO PROGRESSIVO
55.  TRA HENDRIX E LEONARDO
56.  NUOVE TRAME
57.  DI SANTI, DI VITI E DI CAVALIERI
58.  L’INCONTRO CON FABRIZIO DE ANDRE’
59.  I NUOVI ARRANGIAMENTI
60.  FABRIZIO, “DUE VOLTE NELLA VITA” (il racconto di Franz – Pt. I)
61.  AMICO FRAGILE COME UN VAN GOGH (il racconto di Franz – Pt. II)
62.  IL PUNK, L’HEAVY METAL E LA DISCO-MUSIC
63.  LA CONTAMINAZIONE VINCENTE
64.  IL RIFLUSSO
65.  PICCOLI EROISMI QUOTIDIANI
66.  I CANTASTORIE ELETTRICI (Pt. I)
67.  I CANTASTORIE ELETTRICI (Pt. II)
68.  IL ROCK URBANO
69.  LE NUOVE STRATEGIE DELLA CANZONE
70.  TERRA ALL’ORIZZONTE
71.  MAESTRI VIRTUALI (il racconto di Roberto Gualdi)
72.  LA SERENDIPITA’
73.  UN NUOVO “JET LAG”?
74.  INCONTRO D’UN GIORNO DI MEZZA ESTATE
75.  «CELEBRATION DAY»
76.  L’ALTAMAREA DEI RICORDI
77.  GIRO D`ITALIA – Genova
78.  GIRO D`ITALIA – Siena
79.  GIRO D`ITALIA – Vercelli
80.  GIRO D`ITALIA – Firenze
81.  GIRO D`ITALIA – Sarzana
82.  GIRO D`ITALIA – Voghera
83.  GIRO D`ITALIA – Termoli
84.  FUORI DAL GIRO
85.  EXIT

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Che cosa lascerà questa lunga storia della Premiata Forneria Marconi, attraverso i primi successi, il progressive italiano sdoganato in Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone, le incomprensioni, le rivalutazioni tardive, gli azzardi, i silenzi, i passi falsi, i lampi di genio?

Forse un seme di coerenza, la coerenza del cambiamento. L’essenza di un’evoluzione mai doma. Il viaggiare per la stessa ragione del viaggio (se mi è concesso tirare in ballo un verso di De André). Il suo essere fuori tempo.

In quarant’anni i colori della storia cambiano, è vero, e ognuno elegge le proprie preferenze. Ma la PFM è un fermento vivo che si modifica e cresce con le persone che la compongono. Una lunga corsa negli anni, da un passato che le è imprescindibile, a un futuro verso cui continua a guardare.

Un passato e un futuro che si  intrecciano nel presente. Come all’inizio.
Come domani.

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Il «NEARfest» (abbreviazione per il «North East Art Rock Festival») è una due giorni di musica che si svolge negli Stati Uniti e che accoglie nomi provenienti da ogni parte del pianeta progressivo.

«NEARfest» nasce come progetto nel 1998 da un’idea degli statunitensi Robert LaDuca and Chad Hutchinson e si concretizza nella prima edizione dell’anno successivo. Viene presto riconosciuto come uno dei festival di rock progressivo più prestigiosi al mondo, affiancandosi per notorietà al «Baja Prog» in Mexico.

Conosciuta come una delle band del Vecchio Continente più rappresentative degli anni Settanta e seguita fino ai suoi ultimi lavori, la Premiata Forneria Marconi viene invitata dagli organizzatori come gruppo di testa a Bethlehem, in Pennsylvania, per l’edizione estiva del 2005.

La PFM va a bissare così la sua precedente partecipazione come headliner al festival messicano di due anni prima, con il merito di aver mantenuto a tutt’oggi «tutta la sua originale maestosità sinfonica progressiva». (Fonte: www.nearfest.com)

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Tappa da maglia rosa. Il 29 dello stesso mese la PFM è chiamata a ritirare il Premio alla Carriera presso il «Premio Rino Gaetano 2004».

Ricordando i contenuti e lo stile ludico di PASSPARTU’, e tenendo presente che il caustico ed ironico cantautore con la sua Nuntereggaepiù aveva tirato le orecchie a tanti, ma non ai Nostri, in fondo ci si potrebbe trovare anche d’accordo.

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Restando in tema di anniversari, il 2 luglio del 2004, due colossi del progressive europeo come PFM e Yes si ritrovano sopra lo stesso palco dopo ben trentatré anni.

Siamo al «Voghera Rock Festival». Contrariamente al loro primo incontro, i ruoli si invertono e gli Yes fanno da apripista alla PFM.

Il gruppo inglese sta festeggiando i suoi trentacinque anni di attività con un tour mondiale che porta per tre date Jon Anderson e compagni in Italia.

Difficile dire quale fra le due band abbia più onore. Chi ha più appagamento è senza dubbio il pubblico che si muove in massa con doppia soddisfazione verso la piccola capitale dell’Oltre Po progressivo.

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Grazie alla convergenza favorevole di astri e di passioni terrene, ecco cosa può succedere quando in un ristorante di fronte al mare si incontrano tre musicisti dell’Acquario e due musicisti del genovese. Per incontrovertibile forza e difetto del proprio DNA, così come i colpevoli tornano sempre sul luogo del delitto, così i musicisti finiscono sempre a parlare di musica. E il meno peggio che possa succedere, in questo caso, è che si decida di formare una blues band.

Gli Acquari della situazione sono Franz Di Cioccio (batteria), Mauro Pagani (violino, armonica e flauto) e Reinhold Kohl (basso). Mentre i genovesi sono Vittorio De Scalzi (tastiere e voci) e Paolo Bonfanti (uno dei chitarristi blues più apprezzati sul territorio italiano, nonché voce solista del gruppo). Tutti insieme, facendo scherzosamente il verso a “Slow Hand” Eric Capton,  rispondono al nome di  Slow Feet.

Il blues, si sa, è un ottimo collante, ma in questo caso c’è qualcosa di più. C’è stata anche l’idea di festeggiare Faber, quintessenza astrologica e geografica, essendo contemporaneamente Acquario e genovese, e legato a quattro di loro da profonda amicizia e affinitàа artistiche.

Il più antico legame risale ai tempi dei New Trolls di De Scalzi, per i quali De André scrisse i testi del primo album SENZA ORARIO E SENZA BANDIERA. Il legame si rinforzò poi con la partecipazione di Vittorio alla registrazione di NON AL DENARO, NON ALL’AMORE, NE’ AL CIELO.

Con Franz quasi si perde il conto degli incontri e delle rispettive collaborazioni, e lo stesso dicasi naturalmente per Mauro.

Infine c’è Reinhold Kohl, che di Fabrizio è stato fotografo per diversi anni. Alla fine dei conti sono cinque musicisti provenienti da strade differenti, ma che nel blues hanno una radice comune (per professione o per passione).

Il piede lento del blues batte per la prima volta il tempo in quel di Sarzana, piccolo e antico centro dello spezzino, quando si organizza la festa-concerto per il “compleanno” di Faber, perché gli amici si ricordano sempre con allegria. Il primo repertorio è meravigliosamente ruvido e sporco, intarsiato di riff e assoli canonici, cantato con voci rauche e appassionate.

L’incasso di questa serata (e di quelle a venire) è devoluto a favore di Emergency. Ma questo è stato solo il punto di partenza, perché poi il piacere di suonare ha fatto il resto.

Il progetto meditato e consolidato di questa intrigante “road band” (che non ha messo in programma nessuna registrazione in studio, ma solo serate dal vivo) è quello di fare un viaggio intorno al mondo del blues rivisitando e riarrangiando brani di autori meravigliosi ma in penombra, noti più che altro ai veri appassionati, come Popa Chubby, Kim Wilson, Junior Wells, Jimmy Reed, Tommy Castro ed altri ancora.

È scattata poi la voglia di stuzzicare il pubblico piu vasto abbracciando il leggendario southern rock degli Allman Brothers, il “re” B.B.King, e la genialità fulminante di Jimi Hendrix, trainando dall’Inghileterra anche il pop-rock inglese dei Procol Harum e degli U2, riletti in chiave blues, e finendo in Italia, con brani firmati dagli stessi Slow Feet e con citazioni del grande amico comune.

La scaletta della band è diventata quindi una mappa fitta di sentieri paralleli che di colpo convergono, un fluire vicendevole di suggestioni, un reticolato di percorsi talvolta conosciuti e talvolta inediti.

Un gioco, ma fatto sul serio, un po’ come era stato ai tempi dei Figli di Bubba, sancito da un brindisi e con l’intuizione che la vita non è altro che un grande giro di blues con cui andare a tempo.

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Quasi come gli eroi di Dumas, ricavalcando le passate avventure, la PFM si ridà appuntamento nello stesso posto, 25 anni dopo lo storico concerto registrato con De André al Teatro Tenda di Firenze il 13 gennaio del 1979.

La carovana riparte perciò il 13 gennaio del 2004, esattamente allo scandire del quarto di secolo, proprio dalla Città del Giglio, con uno spettacolo diviso in due parti, pensato appositamente per dare spazio anche agli “imprescindibili” di PFM.

È suggestivo pensare che Firenze, nell’occasionalità dei destini che si incrociano, è stata inoltre la città madrina di PERFORMANCE, una tappa live molto importante per il gruppo.

Ma sono altri e tanti i motivi per cui la PFM ha voluto riportare in giro per l’Italia l’arte di un amico comune, facendone forse più livida l’assenza, ma anche più vivo il ricordo.

Perché, pur senza il grande capo-carovana, i concerti dell’anniversario sono rimasti una piccola magia terrena, una lenta combustione di musica senza tempo. Perché le canzoni di Fabrizio hanno sempre regalato emozioni, hanno difeso i valori di umanità sofferente e indicato codici comportamentali e c’è continuamente bisogno che restino in giro.

Perché il pubblico avrebbe dato ragione alla PFM (si replica il giorno seguente e il tour «25 Anni Dopo» rimane costantemente in programmazione), dimostrando da subito un immutato affetto per il repertorio e gli arrangiamenti del `79, con tutto il pudore elettrico della band e la liricità dei testi.

O forse semplicemente perché De André all’epoca si diede il soprannome di “Coda di Lupo” (mentre Franz fu ribattezzato “Due Orsi” e Mussida “Alce Grigia”) per un gioco che nascondeva in realtà tutta la sua attenzione per il mondo dei nativi americani.

Si pensi poi al disco dell’INDIANO e al rifiuto di De André di cantare in occasione dei 500 anni dalla scoperta dell’America (che per lui coincideva con l’inizio dello sterminio di una popolazione).

Anche questo era De André, il De André silenzioso che dava lezione a tutti, proprio quando tutti erano inebriati da altri fragili entusiasmi, facendo esattamente il contrario di quella che ci si aspettava. Forse bastava questo motivo perché l’iniziativa «PFM CANTA DE ANDRE’» (publicata successivamente su CD) avesse senso.

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La prima (ma unica) edizione del «Big Wave Fest», fortemente voluta dal management della PFM, ha segnato il ritorno della musica d’immaginazione. Per curiosa coincidenza siamo nel pieno di settembre del 2003 (mese quanto mai simbolico e di buon auspicio).

La città di Vercelli per un giorno si è trasformata in un porto che ha ospitato il progressive emergente, dando visibilità a tre band italiane (Distillerie di Malto, Finisterre e Stereokimono) con tanta arte e poco spazio per poterla mettere in mostra.

«Da questa nuova serata – spiega Franz nella conferenza stampa che precedeva l’evento – l’onda della musica d’immaginazione riprende vento e si rialza. PFM ci mette l’impianto, le luci e lo staff tecnico per far suonare anche i gruppi che hanno la passione sana per una musica che può contaminare i giovani per cercare qualcosa di diverso dal trend comune.»

«Negli anni ’70 i gruppi maggiori aiutavano spesso gli emergenti. Era una prassi in voga di chi allora occupava la parte nobile del cartellone, il “top of the bill”, ed è una cosa che capitò anche a PFM quando aprì il concerto dei Deep Purple.»

«Il prog oggi fa paura perché è una “musica lunga”, strumentale e d’ascolto. Ma “prog” non significa nulla di per sè, indica piuttosto la progressione continua di un percorso: una musica evolutiva.»

E in questo contesto la migliore vetrina della musica prog è l’esibizione live:

«Ascoltando il concerto segui la tua onda che cresce a seconda dell’immaginazione di quel momento e che ti permette di creare il tuo film. Il pubblico torna ad essere il protagonista, e non più una frammentazione di individui passivi e condizionati da un mercato che costringe ad ascoltare ritornelli di massa passati in radio 200 volte al giorno.»

«È una nuova schiera di musicisti che può far ricamminare la musica. È una bottega ambulante che viaggia in un momento di cambiamento e che vogliamo far ripartire questa sera da Vercelli».

Radio ufficiale del «Big Wave Fest» è stata la coraggiosa e meritoria Rock FM, che ha presentato i gruppi che si solo alternati nella giornata. Una combinazione assolutamente perfetta, come ha fatto notare Franz: «Rock FM è una radio che nel suo nome rivela l’attitudine con la musica che questa sera si libererà dal palco e che ha anche una magica assonanza con il nome di PFM.»

A chiudere il  festival è salita sul palco la stessa PFM che ha voluto rinnovare il feeling speciale di un anno prima, quando il pubblico vercellese aveva cantato nel brano Bandiera bianca inserito poi in LIVE IN JAPAN.

Tutto iniziò proprio da quel concerto che doveva tenersi all’aperto. Ci mise invece lo zampino un tempo capriccioso che all’ultimo costrinse tutti, o quasi, a trasferirsi in teatro. Una parte del pubblico infatti non trovò posto all’interno e in quell’empasse, la PFM promise di tornare e di pareggiare i conti con il maltempo.

E i conti sono stati pareggiati al meglio. Un Di Cioccio in esuberante forma fisica ha offerto momenti di spettacolarità ai volti sorpresi degli astanti, che lo hanno visto saltare e folleggiare dietro e davanti alla batteria.

Promenade the puzzle, per tradizione, è il momento magico e folle del concerto, con Franz che sul finale del pezzo si arrampica sugli amplificatori alle spalle di Roberto Gualdi e salta, bacchette in pugno, sui piatti della batteria. Stessi sguardi stupefatti come per lo scambio di posto dietro le pelli che era avvenuto poco prima tra i due batteristi senza che nessuno avvertisse minimamente il cambio di mano.

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Era il 1978 quando Mauro Pagani invitò la sezione ritmica e la chitarra di PFM a registrare un brano strumentale (La città aromatica) per il suo primo album solista. Se qualcuno avesse potuto dare allora un’occhiata alle pagine successive di quello strano libro di avventure e di combinazioni fortuite che è la vita, avrebbe visto chiudersi un immenso giro di coincidenze.

Già, perché era il 2003, un bel quarto di secolo più tardi, quando Pagani, per la terza volta direttore artistico a Siena del festival che porta il nome proprio di quella canzone, invita la PFM a prendere parte a un ciclo di conferenze e a esibirsi la sera del 29 agosto per un grande concerto di reunion.

L’occasione è ghiotta per replicare la rimpatriata del «Celebration Day», al ritmo dell’affetto verso la sua vecchia PFM. Si risovrappongono così le decadi, le storie, i repertori e soprattutto i violini di Lucio e di Mauro. Sotto i riflettori di Siena, sovrastate dall’antica Torre del Mangia, passano anche le note di Faber per una rivisitazione di Un giudice, con un Pagani in veste di raro ma valente armonicista.

Ma quest’ultimo brano è stato inserito esclusivamente nella versione CD di PIAZZA DEL CAMPO (realizzato all’inizio del 2005), mentre il cofanetto con DVD regala al suo posto una grandiosa jam session dedicata a Siena: attorno a Si può fare si aggrovigliano festosamente le citazioni di We will rock you (Queen), Zirichiltaggia (De André) e Come ti va. Con la presenza calorosa e febbricitante di Piero Pelù, ad alzare il gradiente di spettacolarità.

La trecentesca Piazza del Campo, o semplicemente «il Campo» come lo chiamano a Siena, è sicuramente una delle cornici più suggestive al mondo. Con la sua caratteristica forma “scavata” a conchiglia, da sempre è stata adibita a luogo di spettacolo, a cominciare dalle antiche giostre di cavalieri, fino ad arrivare al popolare Palio dell’Assunta.

Il fatto che in questa splendida cartolina vivente, fatta di arte di storia, sia incastonata anche la gemma del prog tricolore, con due violinisti a darsi cavalleresca battaglia e l’intrusione del rocker fiorentino, supera di gran lunga l’idea che PIAZZA DEL CAMPO sia semplicemente un disco live.

Con il passare delle stagioni l’esecuzione di questi standard si fatta più potente e raffinata. Tutto funziona come in un meccanismo di precisione, su cui si è lavorato ininterrottamente, aggiungendo e correggendo calibri e traiettorie.

Qui ci sono per il 90% le giovani radici di PFM, perciò fanno bella mostra di sé tutti i migliori pezzi di un quadriennio che va dal ‘71 al ‘74 (con particolare riguardo per la stagione inglese e le traduzioni di Pete Sinfield).

Peccato che il gruppo non trovi il coraggio di ritagliare più spazio nei live per i suoi lavori più recenti (anche se sono quelli meno richesti o attesi dal pubblico). In studio prodiga tante energie su SERENDIPITY, ma poi sembra crederci poco preferendo un repertorio classico e collaudato.

Ma al di là del nobile rinforzo di Mauro, PIAZZA DEL CAMPO offre uno spunto in più del pur recente LIVE IN JAPAN. Perché persino il coinvolgimento di una differente generazione, testimoniata energicamente dalla presenza di Pelù, non era pronosticabile in questo contesto, e ci dà da riflettere sull’apertura del linguaggio rock e sulle sue codifiche di popolarità.

Tant’è che il concerto, ancora prima del suo sbocco discografico, viene riconosciuto dal referendum indetto dalla rivista musicale “L’isola che non c’era” come «Miglior Show 2003». Alla premiazione intervengono i diretti interessati, vale a dire PFM e Pagani. Prendono la parola anche una autrice straordinaria come Fernanda Pivano e Beppe Quirici, bassista e produttore, tra gli altri, di Ivano Fossati, Ornella Vanoni e Giorgio Gaber.

Il fatto che ci siano due prestigiosi esponenti della parola scritta e di quella cantata, ci fa pensare, una volta di più, che PIAZZA DEL CAMPO ci abbia traghettati oltre la semplice nostalgia per la musica progressiva.

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Il 12 marzo 2000 erano arrivati in tanti a Genova per salutare ancora una volta Fabrizio De André, a un anno dalla sua scoprasa, proprio a pochi passi dagli umidi e odorosi carruggi della sua amata città.

C’erano molti nomi della canzone italiana a passarsi la staffetta, c’era il pubblico del Teatro Carlo Felice e quello di Piazza De Ferrari che seguiva da fuori il concerto attraverso i maxi schermi: tutti chiamati a raccolta per intrecciare, ciascuno a proprio modo, canzoni, commozioni e ricordi.

Quell’evento rivive in FABER AMICO FRAGILE, un doppio CD (uno “bianco” e uno “nero”) pubblicato con il patrocinio della «Fondazione Fabrizio De André» alla fine del 2003, affinché alle fotografie della memoria si riconsegnasse un po’ dei colori e dei brividi di quelle ore.

C’era chi aveva lavorato al fianco di Fabrizio e c’era chi lo conosceva solo attraverso i suoi dischi o per qualche occasionale incontro. Ma su quel palco erano tutti lì, con il cappello in mano e nel cuore una canzone, la “loro” canzone di Fabrizio.

Fra i tanti c’erano Vasco Rossi a seguire la tonalità dannatamente bassa di Amico Fragile; Fiorella Mannoia che ha regalato una stupenda interpretazione di Khorakhané; Ligabue con una versione frenata, ma ancora più intensa, di Fiume Sand Creek, accompagnato dalla viola di Mauro Pagani; Loredana Berté e Ornella Vanoni, che si erano cucite addosso due personalissime interpretazioni di Una storia sbagliata e di Bocca di rosa.

E poi ancora Roberto Vecchioni e Hotel Supramonte; Enzo Jannacci e Via del Campo; Franco Battiato, sopraffatto dall’emozione che gli fa lasciare Amore che vieni, amore che vai con un groppo in gola. E di nuovo Pagani, protagonista del repertorio dialettale con Sidun, e di spalla a Cristiano De André, nel finale, con Creuza de Mä. Il pubblico s’impadronì allora del concerto, cantando a lungo in coro: sembrava un gioco che dovesse durare in eterno, era Genova che cantava il suo Faber.

C’era commozione, è vero. Ma c’era anche molta voglia di sorridere e di ballare, e per questo c’era la PFM che fece brillare la sua vorticante versione de Il pescatore, c’erano i Mercanti di Liquore con Geordie, Massimo Bubola con Andrea e Jovanotti che aveva scoperto di avere pure lui una “sua” canzone tra quelle scritte da De André: La cattiva strada.

Fu anche, e soprattutto, una festa. Le parole le conoscevano tutti, o quasi. Il primo dei due cd si apre infatti con un Celentano che si fa perdonare di una “gaffe” con una registrazione in studio della Guerra di Piero: durante la sua esibizione incespicò nel testo interrompendosi più volte, finché il popolo di Fabrizio decise per lui e lo accompagnò fuori scortato dai fischi. Che tra l’altro il penitente Celentano ha insistito perché fossero lasciati nell’apertura dell’album.

Manca nel disco, ma non nel cuore, la voce di Luvi De André, indimenticabile nella sua coetanea Rimini.

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